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Un filosofo: un
filosofo è un uomo che costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera, sogna
cose straordinarie; che viene colpito dai suoi propri pensieri come se venissero
dall'esterno, da sopra e da sotto, come dalla sua specie di avvenimenti e di
fulmini; che forse è lui stesso un temporale gravido di nuovi fulmini; un uomo
fatale, intorno al quale sempre rimbomba e rumoreggia e si spalancano abissi e
aleggia un'aria sinistra. Un filosofo: ahimè, un essere che spesso fugge da se
stesso, ha paura di se stesso - ma che è troppo curioso per non 'tornare a se
stesso' ogni volta. Al di là del bene e del male, § 292 F. Nietzsche.

Noi
sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno
avuto risposta, i nostri problemi non sono ancora neppure toccati. Certo allora
non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta. Tractatus
logico – philosophicus, 6.52, L. Wittgenstein.

Non so se il riso o la pietà
prevale ( v. 201 ),
Ginestra, G. Leopardi.

Essere singolare
plurale significa: l’essenza dell’essere è, ed è soltanto, una co-essenza; ma
co-essenza o l’essere-con-l’essere-in-tanti-con designa a sua volta l’essenza
del co-, o ancora meglio il co- (il cum) stesso in posizione o in guisa di
essenza. J.L. Nancy.

La massa degli uomini vive
perduta nelle cure e nelle gioie mondane, questi sono gli spettatori che non
partecipano mai al ballo. I cavalieri dell’ Infinito sono ballerini e hanno
elevazione. Timore e
tremore, S. Kierkegaard.

Ah! Michel, ogni gioia è simile alla manna del
deserto che dopo un po’ si guasta. L’ immoralista, A. Gide.
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5 luglio 2006
Italy..............
| inviato da il 5/7/2006 alle 1:8 | |
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2 luglio 2006
Dialogo metafisico.
Monsieur moi –
même : Un libro di sole note.
L'
Autre : Ma sei suonato ?
Monsieur moi – même : No, perdinci!
L' Autre :
Il testo e le note: questa è la prassi.
Monsieur moi –
même : Ah, tu e i tuoi dogmi
metafisici circa l’ arte dello scrivere!
L'
Autre : Libertino nella penna e
sovvertitore nello spirito !
Monsieur moi – même : Fin qui
é giunto Aristotele… ?
L' Autre : …
Monsieur moi –
même : Sì. Il testo, ciò che è
sostanziale e solo dopo le note, gli accidenti. Io invece, imprimerò una
svolta, combatterò un’ oppressione millenaria, disarcionerò il testo da quella
solida sella su cui da più di due millenni si è posto!
L'
Autre : Pura follia!
Monsieur moi –
même : E’ una verità così certa e
evidente che, neanche il genio
maligno di Cartesio, potrebbe dubitarne.
L'
Autre : Prima lo Stagirita e poi
Renato delle Carte !
Monsieur moi – même : Le
note liberate! Dall’ assenza l’ essenza !
L' Autre : Accidenti !
| inviato da il 2/7/2006 alle 17:56 | |
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1 luglio 2006
King Arthur docet *
Io propendo anzi sempre
più per l’opinione che sarebbe assai più salutare per la filosofia il cessare
di essere un mestiere, e il non comparire più, rappresentata da professori,
nella vita civile. Essa è una pianta che, come il rododendro e la stella
alpina, prospera soltanto all’ aria di montagna, e degenera se fatta crescere
artificialmente. Quei rappresentanti della filosofia nella vita civile si
comportano per lo più soltanto come l’attore che recita la parte del re. Non
erano forse i sofisti, combattuti così instancabilmente da Socrate e fatti
oggetto di derisione di Platone, se non professori di filosofia e retorica? Non
si tratta forse proprio di quell’ antichissima lotta che, mai del tutto spenta,
ancora oggi viene proseguita da me? A.
Schopenhauer, Parerga e
Paralipomena, Sulla filosofia delle università.
*Mutuo l' espressione da colui a cui preme in sommo grado la vita.
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| inviato da il 1/7/2006 alle 12:9 | |
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30 giugno 2006
Quaderni vichiani
Qualche breve considerazione in
materia vichiana. Il testo che ho qui riporto è un breve estratto di un saggio
da me realizzato e discusso in sede d’ esame, sulla cooriginarietà di
antropologia ed ermeneutica in G. Vico.
1.1 Nota introduttiva
Sebbene tra il De antiquissima e la Scienza nuova prima intercorrano più di
vent’ anni, ogni studio che voglia pervenire allo statuto di scientificità, non
può prescindere dalle opere precedenti e dallo scritto del 1710, scritto in cui
Vico costruisce una poderosa riflessione di stampo metafisico, le cui premesse
e il cui metodo sono fondamentali al fine di comprendere il complesso percorso
della filosofia vichiana che, a causa della sua problematica fecondità, è stata
considerata o come anticipatrice della riflessione posteriore in virtù delle
geniali intuizioni che la abitano, o stolida espressione del suo tempo. La
bibliografia degli studi vichiani è sterminata
quanto sono sterminate le antichità che la boria delle nazioni aveva attribuito
ai popoli gentili. Dinanzi ad un mare magnum di testi che hanno sì aperto nuove
prospettive sulle quali meditare ma che non di rado hanno finito con il far
prevalere alcuni aspetti a discapito di altri, è necessario condurre una
ricerca che sappia muoversi sia in orizzontale che in verticale, sia in termini
storico – filosofici sia da un punto di vista squisitamente teoretico. Poiché,
come ho già avuto modo di dire poc’anzi, gli studi di stampo storico sono
numerosi e rappresentano senza ombra di dubbio una valida bussola per chiunque
voglia incamminarsi per i percorsi vichiani, al nostro ingegno è assegnata un’
ardua missione: dopo aver compiuto una breve e robusta ricognizione storica,
connettere quest’ ultima a ciò che appare sovente lontano ed eterogeneo: la
filosofia di un autore, come questione
aperta nella sua inattuale attualità.
1.2 Il confronto come opera d’ ingegno
Sin dalle prime pagine del De ratione il serrato confronto tra l’ ordine
degli studi degli antichi e dei moderni, non si esaurisce né in una sterile ri
– costruzione del passato da giudicare dinanzi al severo tribunale del
presente, né in una mera apologia dei tempi antichi atta a screditare e a
demistificare il proprio tempo: confrontare due diversi ordinamenti studiorum, significa far uso del
vichiano ingegno che, come si legge
nel De antiquissima è la “ facoltà di
congiungere cose lontane e diverse “. Il
divario tra il passato e il presente, tra la geometria sintetica dei Greci e la
geometria analitica cartesiana, tra la topica di Cicerone e il procedere di
Arnauld, è incolmabile se considerato solo sul fronte storico: se invece, dopo
aver tracciato e delineato i punti di contatto e di rottura tra i due termini,
ci si rivolge all’ uomo, quella differenza di cui abbiamo preso atto in sede
storico – comparatistica, deve essere superata nel momento in cui si vuole
pervenire ad una “ rinnovata unità antropologica “. L’ abbandono della quaestio della superiorità degli antichi sui moderni, il rifiuto di
patteggiare per gli uni o per gli altri, di celebrare lo Zeitgeist concretizzatosi nel moderno ordine degli studi, è un
presupposto fondamentale del De ratione
e, in generale dell’ intero pensiero vichiano, dal De antiquissima fino alla Scienza
nuova: l’ antico come il moderno, è gigante e nano allo stesso tempo, ma l’
uomo, è tale solo quando il nano avrà conosciuto la sua grandezza rispetto al
gigante e, il gigante la sua inferiorità dinanzi al nano. Vico, anticipando un
modo di procedere che troverà una delle sue più chiare espressioni nel De antiquissima riguardo alla querelle tra dogmatici e scettici,
rifiuta ogni considerazione unilaterale che tenda, come la lanterna del cogitare
umano a rischiare un aspetto della cosa eclissando nell’ombra tutto il resto:
né le robuste argomentazioni dogmatiche possono rimanere integre dinanzi all’
incalzare della scepsi scetticheggiante, né gli scettici possono avere la
meglio e mettere a tacere i pensatori dogmatici. La strategia vichiana consiste
nell’ esplorare in guisa critica ed autocritica ogni termine e, dopo aver
compiuto un’ analisi articolata, abbandonare la mera opposizione dialettica, l’
antitesi radicale, per pervenire ad un termine medio con il quale ricostruire
un’ unità che, non poteva sorgere nella sola considerazione isolante, ma solo
attraverso un processo di mediazione. L’ organizzazione degli studi appare già
dalle prime battute una questione che trascende il mero piano didattico –
disciplinare per dischiudere una ricca e splendente costellazione di
problematiche all’ interno del più vasto orizzonte antropologico: ogni
disciplina infatti, al di là delle metamorfosi affiorate nell’ arco del tempo,
dei progressi che ha realizzato e delle involuzioni che ha subito, è un punto
di osservazione privilegiato da cui scrutare l’ uomo. Si evince quindi che l’
analisi vichiana, condotta attraverso la dialettica antichi – moderni, lungi
dal rappresentare un’ erudita disputa sulla presunta superiorità degli uni
sugli altri, è finalizzata ad emendare l’ ordine di studi del nostro tempo
dagli errori e dai limiti in cui è incappato e, in questo modo, far sì che
quest’ ultimo nelle sue fasi e articolazioni interne, corrisponda alla
struttura cognitivo – antropologica del soggetto umano.
| inviato da il 30/6/2006 alle 10:42 | |
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27 giugno 2006
Breve nota sull’ Eclisse della ragione di M. Horkheimer.
Dinanzi alla sterile opposizione
tra un neopositivismo che, in quanto stolida espressione della ragione
strumentale nichilizza l’ individualità umana sotto il giogo di un linguaggio
formale e di una prassi pragmatico – utilitarista e un neotomismo, espressione
decadente di una ragione oggettiva pronta ad esalare l’ ultimo respiro, al
pensiero teoretico è assegnata un’ ardua missione: pensare in tutta la sua
problematica fecondità il rapporto tra la natura e lo spirito, la ragione
oggettiva e la ragione soggettiva, al fine di salvaguardare l’ umano insidiato
dalle barbarie. Ben si comprende in quest’ ottica, come la ragione strumentale
non sia riducibile ad un’espressione moderna dello spirito illuministico, bensì
sia l’ humus sul quale l’ intera civiltà occidentale è cresciuta e si è
inesorabilmente incamminata per i sentieri della disgregazione e dell’
alienazione. Incapace di pensare la totalità, la ragione soggettiva
irrigiditasi in un’ impostazione formale e riduzionista ha fatto naufragare l’
uomo nell’ oceano irrazionale, in un mondo sorto dalla morte dell’
individualità, atto a proferir parole svuotate di ogni significato autentico.
La filosofia, lungi da ogni forma di
propaganda e da qualunque ottica riduzionista, deve tentare di riconciliare
dialetticamente un’ opposizione che, concepita in maniera isolante ed
unilaterale, sfocia o in cieco materialismo all’ insegna del dominio dell’ uomo
sulla natura e della conseguente prigionia che l’ uomo crea su se medesimo, o
di un romanticismo ineffettuale dinanzi ad una realtà in sé problematica ed
insidiosa. La spaccatura tra cultura e produzione che un tempo aveva permesso
all’ uomo qualche scappatoia in una società dominata dall’ egemonia borghese è
caduta nell’oblio, il linguaggio è divenuto un mero veicolo di comunicazione
strumentale, in cui i significati sono cancellati, la relazione tra parola e
cosa perduta. In una società dominata e soggiogata dai dragoni del pragmatismo
e dell’ utilitarismo, abitata dagli spiriti errabondi della ragione oggettiva,
la filosofia, deve custodire il linguaggio nella sua memoria, un linguaggio
reso ossificato e rinsecchito dai moderni mezzi di comunicazione, divenuto
orizzonte primo della scissione che dilania l’ umano. L’ analisi è lucida, non
c’è ipostatizzazione sub species aeternitatis né mero prendere atto dell’
incessante divenire storico; c’è condanna dinanzi ai signori del declino, ma la
critica s’ intreccia con una comprensione genealogica atta a considerare il
passato come conditio primo del presente, di un presente sempre più insediato
dalle barbarie, impolverato dalla ceneri dei campi di concentramento e
illuminato dal lume mendace dell’ ultimo ritrovato tecnico. Bisogna reagire, al
di là dello spirito reazionario e dell’ ottusa celebrazione dello status quo, superare
le scissioni senza cadere né nel monismo né nello sterile dualismo poiché “ la
resistenza all’ irrazionalità è sempre la radice dell’ individualità genuina “.
“ I veri individui del nostro
tempo sono i martiri che passarono attraverso inferni di sofferenza e di degradazione
nella loro lotta contro la conquista e l’ oppressione; non già i personaggi,
gonfiati di pubblicità, della cultura popolare. Quegli eroi, che nessuno ha
cantato, esposero consapevolmente la loro esistenza individuale alla
distruzione che altri subiscono senza averne coscienza, vittime dei processi
sociali. I martiri anonimi del campi di concentramento sono i simboli dell’
umanità che lotta per venire alla luce. Il compito della filosofia sta nel
tradurre ciò che essi hanno fatto in parole che gli uomini possano udire, anche
se le loro voci mortali sono state ridotte al silenzio dalla tirannia. “ M.
Horkheimer, Eclisse della ragione.
| inviato da il 27/6/2006 alle 14:52 | |
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22 giugno 2006
Quanta vita mi narra il tuo seno in
queste caldi notti d’estate!
| inviato da il 22/6/2006 alle 19:33 | |
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22 giugno 2006
Leibnitio.
A: Dall’ in
– potenza all’ im – potenza.
B: Possibilmente
?
| inviato da il 22/6/2006 alle 0:55 | |
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19 giugno 2006
...
A: E dunque, che cosa ti ha insegnato la
teoretica?
B: La vita come questione somma, come
problema, come abisso, come fascio d’infinite possibilità.
| inviato da il 19/6/2006 alle 21:10 | |
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18 giugno 2006
Il lume della vita
Qualcuno
deve aver spento il lume della ragione. Un folle? Era finito
il petrolio? È forse stata la fede? No, era la vita che, dopo lunghi e
tormentati anni di prigionia, ha rotto le catene del sillogismo e
addormentando il carceriere del concetto con un veleno preparato da
Dioniso, è fuggita dalla
sua luccicante schiavitù. Dietro di sé l’ oblio, l’ eclissi, la vera
dannazione. Apollo, mortale nemico dell’ombra e della notte, aveva
indotto gli
uomini a darle un nome, una spiegazione, a domarla, a soffocarla: così
colui
che doveva rischiare ciò che per sua natura si sottraeva ad ogni
determinazione, ad ogni delimitazione, è finito per diventare un
inquisitore,
un giustiziere, un essere le cui parole erano la più suprema condanna.
Ora, la
ragione é rimasta silente, un soffio di vita ha annichilito il suo
impero,
respinto la sua egemonica giurisdizione, combattuto e sconfitto i
signori della
falsa luce: l’ onda del mare ricorda al castello di sabbia la sua
origine
caduta e finita, la mano del fanciullo urtando contro la mirabile
costruzione
di carte che il padre aveva pazientemente realizzato, svela che in
fondo, era
solo un gioco, il più seducente e mortale gioco: la Vita.
| inviato da il 18/6/2006 alle 2:34 | |
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6 giugno 2006
La bugia della candela
Solo piangendo lacrime di cera
rischiarerà il mondo con la sua fioca luce… della mano che un tempo l’ accese,
nulla si sa e nulla si è mai saputo, eppure in tanti s’ agitano nel loro essere
cercando la scintilla originaria…
| inviato da il 6/6/2006 alle 20:25 | |
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